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Genocidio in Burundi

Eliminazione totale delle opposizioni e discriminazioni etniche. Sono le due accuse mosse dalla Federazione internazionale per i Diritti Umani (Fidh) contro le forze governative accusate di avere avviato il paese verso il genocidio. Una parola che già solo a scriverla e a pronunciarla riporta alle memorie di quanto successe pochi anni fa in Rwanda, il paese confinante.

I militari del Burundi hanno ucciso più di mille persone dall’aprile dello scorso anno, da quando sono cominciate le prestese contro il presidente Pierre Nkurunziza. Il consigliere del presidente Willy Nyamitwe, in un tweet ha giudicate “ridicole” le accuse contro l’operato delle forze governative.
Il Burundi, che possiede il 6% di tutte le riserve mondiali di nickel, è piombato in una spirale di violenze senza fine da quando Nkurunziza ha deciso di ricandidarsi per un terzo mandato, modificando le regole costituzionali. Gli oppositori sostengono che la sua candidatura – in pratica una presidenza che si è trasformata da elettiva a dittatura di fatto – ha violato quanto stabilito dagli accordi di pace che lo hanno portato alla presidenza, al primo mandato, una decina di anno fa. In questi mesi, proteste, uccisioni, rastellamenti sono stati all’ordine del giorno. Almeno 8mila persone sono state arrestate per motivi politici, 800 persone sono sparite e 310mila persone sono scappate e hanno abbandonato le loro case, secondo la ong. Il presidente dittatore ha creato una rete in tutto il paese per controllare la popolazione, l’etnia come la opposizione al suo regime dispotico sono diventati degli strumenti di discriminazione. Tutti criteri e condizioni che fanno sì che un vero e proprio genocidio è in atto in Burundi, sostiene del report la Fidh. Il consigliere del presidente Nyamitwe dice che “non ci sono rischi di genocidio” e ricorda la cositutione del burundi che prevede la divisione del potere nel paese tra Hutu e Tutsi.