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Lo sviluppo delle Borse… in Africa

L’Africa, una «magnifica bella torta da spartire». La celebre quanto infelice frase di re Leopoldo II del Belgio, al Congresso di Berlino tra le potenze coloniali nel 1876, non è passata di moda. Dal colonialismo politico, dopo la decolonizzazione degli anni Sessanta e Settanta, si è passati a quello economico delle multinazionali prima, e ora, a quello finanziario, delle locuste, delle banche d’affari e dei fondi d’investimento in cerca di nuove prede per le loro speculazioni facili esentasse, via paradisi fiscali. Bene o male? Decidete voi. Io vi riporto, semplicemente, la notizia.

London Stock exchange (Lse), la società che gestisce la Borsa valori di Londra, nelle scorse settimane ha lanciato una aggressiva campagna per far aumentare, in breve tempo, il numero delle società africane quotate nel listino londinese. Dopo il forte interesse manifestato dagli investitori istituzionali per le prime Ipo, initial pubblic offerings, ovvero le offerta al pubblico dei titoli delle società africane che si sono quotate finora su un mercato regolamentato.

La Borsa di Londra lavora in questa sua ricerca di “prede” in partnership con le Borse di Marocco, Egitto, Nigeria e Kenya per una doppia quotazione – un po’ come ha fatto Fiat con la nuova società Fca, quotata tra Milano e New York – nel tentativo di attrarre le blue chip africane da inserire nel listino londinese. Lse sta cercando in pratica di ripetere la sua strategia già attuata con il Sudafrica, di doppia quotazione delle società più importanti sul fronte Londra-Johannesburg con le Borse di Casablanca, Lagos, Nairobi, e Il Cairo.

Ibukun Adebayo, tra i responsabili dei mercati emergenti alla Borsa di Londra conferma che «c’è una grossa spinta verso l’Africa, a creare partnership con i mercati locali. E noi stiamo lavorando per aumentare la collaborazione con questi mercati».

Gli sforzi della Borsa di Londra seguono i tentativi fatti dalle Borse di Dubai e Singapore per attrarre le società africane alla quotazione nei rispettivi listini; società africane in cerca di nuove fonti di finanziamento per allargare i propri business. A queste si aggiunge anche la Borsa di Johannesburg che allo stesso modo sta cercando di convincere società africane a quotarsi in Sudafrica.

Negli ultimi 5 anni, già 55 società africane si sono quotate alla Borsa di Londra (erano state 33 nei 5 anni precedenti). Tra queste spiccano la società petrolifera nigeriana Seplat Petroleum e Atlas Mara. In aprile c’era stata la prima quotazione congiunta Londra-Lagos della storia con il listing di Seplat Petroleum Company che ha raccolto 500 milioni di dollari. Atlas Mara, holding finanziaria di proprietà di Bob Diamond, ex ceo di Barclays con sede nelle isole Vergini britanniche, e succursali in Botswana, Zimbabwe, Zambia, Mozambico, Tanzania e Rwanda, per  investire nel settore finanziario in Africa, che ha raccolto 325 milioni di dollari a fine 2013 e altri 300 milioni quest’estate, annunciando una fase di ulteriore espansione.

Secondo Adebayo l’Lse intende andare oltre il settore dell’energia, materie prime e miniere al quale appartengono la maggior parte delle imprese africane quotate a Londra e “corteggiare” aziende nel settore finanziario, tecnologico e manifatturiero. Adebayo ammette che ci sono timori tra gli investitori della City sulla corporate governance di alcune società africane.

Poche settimane fa, ad esempio, Afren, società nigeriana che fa esplorazione in campo petrolifero, ha sospeso l’amministratore delegato in attesa dell’esito di un’indagine su pagamenti non autorizzati a dirigenti del gruppo. Quella “modalità” degli affari chiamata corruzione nella quale sono stati spesso coinvolti anche dirigenti di multinazionali petrolifere occidentali, anche italiane, come la recente indagine sulle presunte tangenti di Eni pagate in Nigeria. Chiamasi tangenti. Sempre parte di quella “magnifica torta da spartire”. Maledetto vizio occidentale esportato nei mari del sud.