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Obama fuori tempo massimo

Gli Stati Uniti grazie alle politiche espansive messe in campo dall’amministrazione Obama sembra abbiano cambiato marcia e hanno ricominciato a crescere. Nel secondo trimestre il Prodotto interno lordo (Pil) è salito del 4% rispetto al secondo trimestre del 2013. Meglio delle attese: economisti e analisti si attendevano un rimbalzo del 3%. Per Obama semaforo verde, dunque, sul piano della politica nazionale. Non pervenuto invece sul piano della politica estera. Accusato da più parti di debolezza, il presidente americano si trova da mesi ad affrontare le più diverse crisi internazionali senza – letterale – riuscire a cavare un ragno dal buco. I suoi insuccessi in politica estera equivalgono ad altrettanti scenari di crisi che restano aperti. Ucraina e aereo abbattuto dai separatisti russi. Crisi in Medio Oriente e uccisioni di massa di civili in Palestina. Irak in bilico verso il baratro degli islamisti sunniti, Al Queda che si unisce ai resti del regime di Saddam. Libia fuori controllo. Non diversa la situazione in Africa. La storia non è nuova, ma si ripete.
Dal 4 all’8 agosto il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti ha riunito il suo primo summit tra Africa e Stati Uniti. Nei quattro giorni di summit una cinquantina di capi di stato si sono riuniti a Washington. I punti all’ordine del giorno erano: la sicurezza e la lotta al terrorismo, la lotta contro il virus Ebola in Africa dell’Ovest, ma soprattutto i dollari: le questioni economiche, commerciali ed energetiche. Al centro delle discussioni il programma Power Africa e i negoziati commerciali basati sull’Agoa (African Growth and Opportunity Act), la legislazione americana approvata nel 2000, ma non ancora attuata nella sua interezza, volta a facilitare gli scambi commerciali con il Continente Nero. Obama ha annunciato l’impegno da parte degli imprenditori statunitensi a investire 14 miliardi di dollari nel continente africano, per «approfondire il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’Africa, alimentando una crescita che sosterrà la prosperità africana e il business degli Usa nei mercati emergenti». Il gruppo General Electric (Ge), ad esempio, intende investire in Africa 2 miliardi di dollari entro il 2018 in formazione professionale, infrastrutture e iniziative di sviluppo, annuncia il colosso industriale americano.

L’elezione di Barack Obama, all’inizio del primo mandato, aveva portato molte speranze nei Paesi africani. Con lui finiva la grigia era di Bush jr. Si sperava in un’attenzione diversa. Non è andata così. Obama ha aspettato il suo secondo mandato per riunire il suo primo vertice americo-africano. Ma il summit di Washington è arrivato troppo tardi. Fuori tempo massimo. L’Africa ha da tempo allargato le sue braccia verso le grandi potenze emergenti. Cina, in primis. Ma anche India, Brasile, Corea.

Il primo ministro cinese Li Keqiang, qualche mese fa, nel maggio 2014, ha effettuato un lungo viaggio africano che lo ha portato in Etiopia, Nigeria, Angola e Kenya, la nuova Africa che corre. E sono significative alcune parole che ha pronunciato nell’occasione che spiegano il nuovo mondo che si va componendo: “Le relazioni tra Cina e Africa sono entrate in una età dell’oro”. Età dell’oro. A significare l’importanza crescente attribuita all’Africa da Pechino, partner commerciale strategico e fonte di approvvigionamento per le materie prime.

Dal 2009 la Cina è diventata il primo partner commerciale del continente africano. Gli investimenti cinesi nel 2013 sono valutati a 25 miliardi di dollari e più di 2500 aziende cinesi hanno investito in Africa.
Gli scambi commerciali tra Africa e Cina hanno raggiunto la cifra record di 210 miliardi di dollari: l’Africa che raggiungerà i 2 miliardi di abitanti nel 2050 è un mercato di sbocco perfetto per le merci cinesi a basso costo.

La Cina ha bisogno di immense quantità di materie prime per sostenere la sua potenza industriale e la sua crescita economica.  Da qui al 2030, il 35% della crescita energetica mondiale arriverà dalla Cina. Pechino ha siglato diversi contratti a lungo termine con i paesi africani produttori di petrolio: Nigeria e Angola (non a caso tappe dell’ultimo tour del premier cinese).

L’alleanza tra Cina e Africa è favorita anche da ragioni storiche e geopolitiche: una visione del mondo propria dei paesi emergenti che mette in discussione il dominio delle potenze occidentali ex coloniali. Anche qui, sempre più spesso si forma un asse ben preciso tra le potenze africane e la Cina sulle grandi questioni strategiche, sui negoziati commerciali o quelli climatici, sui quali si ha una convergenza con la visione cinese. La Cina è il grande fratello dei paesi emergenti, tra cui si annoverano via via anche le nuove potenze africane, oltre al Sudafrica, come Nigeria, Angola, Etiopia, Mozambico, Ghana. Il grande fratello cinese sarà alla guida del G77, il gruppo dei paesi non allineati, nei negoziati per i cambiamenti climatici. Un vertice atteso a Parigi nel dicembre 2015.

Per tutte queste ragioni, gli sforzi americani di mantenere e sviluppare delle relazioni economiche con l’Africa sembrano destinati ad avere poca fortuna. Qualcuno ha scritto che il vertice di Washington somiglia a un bambino nato morto. Fuori tempo massimo. L’Africa ha già scelto con chi stare.