Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Dopo i Millennium development goals

Nel 2015 terminano i Millennium development goals (Mdg). Gli otto Obiettivi del millennio lanciati dai 191 stati membri dell’Onu nel settembre 2000: sradicare la povertà estrema e la fame; rendere universale l’istruzione primaria; promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; migliorare la salute materna; combattere l’aids, la malaria e altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale; sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo.mdg2015La povertà non è stata sconfitta, ma sono stati raggiunti importanti risultati. Il numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile è stato dimezzato e ciò ha consentito a più di 100 milioni di abitanti delle bidonville del sud del mondo di migliorare la loro qualità di vita. L’assistenza sanitaria e l’istruzione sono diventate accessibili a milioni di poveri. Resta ancora molta strada da fare. Tanti paesi poveri sono cresciuti. Molti altri però sono rimasti indietro. Permangono forti contrasti nella distribuzione della ricchezza. La solita storia: pochi che hanno tanto; tanti che hanno poco o niente. Si deve creare lavoro.

In tempi di crisi economica, in Occidente il discorso degli aiuti allo sviluppo è sempre più complesso. Eppure i leader mondiali devono decidere se finire il lavoro cominciato con gli Obiettivi del millennio, aggiungendovi altri programmi di sviluppo in materia di occupazione, crescita, governabilità, sostenibilità, o se girarsi dall’altra parte, con la scusa-pretesto della crisi.

Una recente risoluzione dell’Onu ha già individuato il percorso con l’Agenda per lo sviluppo post-2015: nei prossimi mesi verrà indetta una seconda Conferenza internazionale Onu sul finanziamento per lo sviluppo, come quella che nel 2002 ha portato al Monterrey consensus, il documento che indicava gli strumenti per attuare le politiche di sviluppo degli Obiettivi del millennio.

Certo, rispetto al 2000 il quadro geopolitico mostra nuovi soggetti all’orizzonte e nuovi attori in primo piano. La pressione fiscale elevata in molti dei paesi più ricchi ha provocato, dal 2010, un calo del 6% degli aiuti allo sviluppo (Official development assistance, Oda) che i paesi donatori attraverso la Banca mondiale (Bm) fanno arrivare ai paesi poveri. L’Oda è diminuita in termini reali nonostante siano emersi in questi anni, anche tra i Paesi in via di sviluppo (Pvs), nuovi paesi donatori (gli emergenti Brics) e importanti fondazioni private. Tanto per capirci l’Oda nel 2012 ha stanziato 128 miliardi di dollari, aiuti allo sviluppo che rappresentano più del 40% del bilancio governativo dei paesi più poveri e fragili. Questi flussi finanziari negli ultimi decenni hanno avuto un ruolo determinante per sostenere le situazioni estreme di crisi, per assistere le popolazioni dalla povertà e dalla fame, per finanziare investimenti in educazione, sanità, infrastrutture, spianando la strada alle riforme economiche e alla crescita.

Il rapporto del World bank group financing for development post-2015 individua tre temi che dovrebbero ispirare la prossima Agenda per lo sviluppo: 1) La maggior parte dei poveri allo stato attuale vive in paesi a medio reddito, e molti in paesi a reddito elevato. 2) La crisi mondiale e l’esiguità crescente delle risorse hanno spostato l’attenzione del dibattito dalla quantità alla qualità degli aiuti allo sviluppo. 3) Le economie emergenti di paesi del sud del mondo sono diventate importanti macchine di crescita economica globale (basti pensare alla Cina) e hanno legami di interdipendenza con i Pvs.

Le nuove politiche di sviluppo, secondo la Bm, dovrebbero passare attraverso la mobilitazione delle risorse interne, aiuti allo sviluppo migliori e più calibrati, e il finanziamento privato interno ed esterno. Da notare che nel 2012 attraverso tasse, imposte e le royalty per lo sfruttamento delle risorse naturali, i Pvs hanno mobilitato risorse interne per 7.700 miliardi di dollari; e anche il finanziamento privato esterno è rilevante e in crescita.

La nuova Conferenza internazionale Onu per decidere l’Agenda dello sviluppo post-2015 dovrà tirare le somme sul lavoro fatto finora. Capire che cosa ha funzionato e che cosa va rivisto. E guardare avanti, oltre il breve termine della crisi, fino al 2030, per decidere quali obiettivi di sviluppo perseguire. Finanziare questa nuova agenda richiede un coraggio politico e una cooperazione senza precedenti fra governi, donatori, settore privato. Insomma c’è bisogno di superare l’egoismo e di rilanciare il cuore oltre l’ostacolo, per diminuire i contrasti economici tra il Nord e il Sud del mondo. Riusciranno i nostri “eroi”?