Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Bye bye Africa

Questo articolo ha vinto il premio Baldoni 2008. L’ultimo viaggio di Bush in Africa (pubblicato anche su Nigrizia, articolo di copertina di aprile)

di Riccardo Barlaam

Cartoline dall’Africa. Il presidente americano George W. Bush che sorride, un po’ impacciato, mentre prova a fare un passo di danza. Seguendo i passi di donne festose in abito tradizionale, piene di colori e di gioia. Con le bandierine a stelle e strisce in mano. Succede a Monrovia, in Liberia. “L’America è in una missione di speranza. Noi consideriamo i leader africani

Bushmonrovia_2
come nostri partner, al nostro stesso livello. Ma ci aspettiamo che producano risultati misurabili. Ci aspettiamo che lottino la corruzione, che investano in politiche sanitarie e di educazione per la loro gente e che perseguano politiche economiche di mercato”. Le parole del presidente alla vigilia del suo secondo viaggio in Africa, l’ultimo, di fine mandato, segnano la traccia di una missione che ha avuto due facce: umanitaria e geopolitica.
Bush ha visitato cinque nazioni, dal 15 al 21 febbraio: Benin, Tanzania, Ruanda, Ghana e Liberia. Nel 2003 era stato in Sudafrica, Botswana, Uganda, Nigeria e Senegal. Dieci Paesi visitati in due mandati, proprio come il suo predecessore Bill Clinton. Il tour africano è stato  l’occasione per fare il bilancio dei passi avanti fatti dalle politiche di sostegno Usa alla lotta contro l’Hiv/Aids e ad altre malattie. L’occasione, secondo la Casa Bianca, per discutere con queste cinque nazioni come “continuare la partnership per sostenere le riforme democratiche, il rispetto dei diritti umani, la liberalizzazione degli scambi, gli investimenti esteri e le opportunità economiche offerte dal continente”. Il tour di Bush ha mostrato anche la debolezza della politica estera Usa sotto il suo mandato.

Capitolo aiuti. Dal 2003 (dati Usa) dalla data di lancio dell’iniziativa Pepfar (President’s emergency plan for Aids relief: www.pepfar.gov) sono stati avviati programmi di trattamento con i farmaci anti-retrovirali con il bollino United States per 1,4 milioni di persone nell’Africa subsahariana, Asia e Caraibi (con impegni per 15 miliardi di dollari in 5 anni). Non mancano le critiche. Un terzo dei fondi spesi in Tanzania dall’iniziativa Pepfar, ad esempio, sarebbero stati utilizzati per programmi di astinenza sessuale: le organizzazioni non governative favorite sono state quelle evangeliche, come il loro presidente. L’ostilità di queste ong a prostitute e omosessuali ha limitato di molto l’efficacia di tali programmi e le politiche di prevenzione.
Oltre a ciò l’iniziativa del presidente contro la malaria (President’s malaria iniziative o Pmi) assieme a quella contro l’Aids, si stima abbia raggiunto 25 milioni di persone nell’Africa Sub-sahariana per aiutare a debellare la malattia.
Dal 2001, sempre secondo la Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno aumentato gli impegni per lo sviluppo e hanno trasformato anche le politiche. “Molte nazioni – parole del presidente – continuano a seguire una visione paternalistica dei rapporti con l’Africa o un modello di sviluppo che mira a sfruttare le sue risorse. L’America boccia tutti e due questi approcci. Gli Usa trattano i leader africani come partner”. Durante il suo viaggio in Africa Bush ha annunciato altre iniziative che vanno nella stessa direzione.
Gli aiuti allo sviluppo Usa sono passati da 1 miliardo di dollari nel 1996 a 4,1 miliardi nel 2005. Ora Bush ha impegnato da qui al 2010 nel budget federale 8,7 miliardi di dollari per gli aiuti allo sviluppo, più del doppio di quanto si spendeva nel 2005.
La Casa Bianca ha coinvolto 5 fondi di investimento nell’attività dell’Overseas private investment corporation (Opic), l’agenzia governativa nata nel 1971 per facilitare la partecipazione di capitali di privati in progetti di sviluppo economico e per coprire i rischi di investimento delle aziende Usa nei Pvs. Questi 5 nuovi fondi mobiliteranno 875 milioni di dollari, e vanno ad aggiungersi ai 750 milioni di dollari già previsti dall’Opic e annunciati dalla Amministrazione Bush lo scorso novembre, per un totale di 1,6 miliardi di dollari.
In Tanzania, il presidente Bush ha concesso aiuti per 662 milioni di dollari e siglato un Piano di sviluppo economico da 698 milioni di dollari (Millennium challenge corporation, Mcc), di cui beneficeranno 4,8 milioni di persone per cinque anni. Soldi che saranno utilizzati per migliorare la rete elettrica, la diffusione dell’acqua, le strade.
In Ruanda è stato firmato un accordo bilaterale di investimenti (il primo siglato dagli Stati Uniti nell’Africa sub sahariana in questa decade). Accordo che prevede la promozione degli investimenti, la tutela legale degli investitori stranieri e l’apertura delle barriere doganali tra i due Paesi. Nel Benin Bush ha presentato la sua visita come un trionfo della carità e della pietà targata U.S.A. Il presidente Thomas Yayi Boni ha chiesto senza successo al presidente americano di ridurre i dazi all’importazione di cotone negli Stati Uniti. “Nel mio Paese due persone su tre vivono con il cotone. E questi sussidi distorcono il mercato”. Parole forti sono state espresse contro il Sudan e il suo regime per il Darfur. Senza mezze parole Bush ha definito il Governo Bashir e i leader dei ribelli musulmani responsabili di “genocidio”.
Al di là dei discorsi e dell’effluvio inevitabile di retorica la realtà parla di una superpotenza che non accetta la perdita di influenza arrivata dopo lo sbarco dei cinesi. Il presidente americano che non era mai uscito dal suolo patrio prima di essere eletto e che una volta ebbe a dire, come ha ricordato Marinane Meunier su Jeune Afrique, che “la Nigeria è un continente importante” in effetti ha aumentato l’impegno del suo Paese per lo sviluppo e l’assistenza. E se sotto Clinton il motto era “scambi non aiuti” (trade but not aid”) nell’era Bush lo slogan potrebbe essere declinato con un più realistico “scambi e aiuti”, considerando che allo stesso tempo sono aumentati enormemente gli interessi economici americani in Africa: gli scambi  commerciali negli ultimi due anni sono cresciuti del 60 per cento (riassumibili principalmente in una sola voce merceologica: il petrolio che da solo rappresenta il 90% dell’export africano verso gli Usa).

Nel 2004 il presidente Bush ha lanciato l’iniziativa Mcc, Millenium challenge corporation, un piano che ricompensa con degli aiuti addizionali i Paesi che attuano pratiche di buon governo, di lotta alla corruzione e di apertura dei mercati o di promozione delle imprese. Benin, Ghana, Ruanda e Tanzania, quattro dei cinque Paesi che Bush ha visitato, rientrano tra i primi della classe nell’implementazione del Mcc. Finora sono stati siglati 7 accordi bilaterali per un totale di 2,4 miliardi di dollari. Diversa la situazione della Liberia che porta con sé, nonostante la ritrovata stabilità politica, ancora le ferite aperte della guerra civile e la povertà endemica di gran parte della popolazione. Non a caso Ellen Johnson-Sirleaf, la presidente liberiana che ha goduto di un sostegno esplicito da parte degli Usa durante le elezioni presidenziali del 2005, è stata l’unica leader africana ad aver dato la sua disponibilità per ospitare Africom, il comando militare americano unificato per l’Africa contro il terrorismo, considerato da molti un’ingerenza neocoloniale Usa, che invece avrà sede in Germania. La Liberia non poteva fare altro. Stretta nella morsa della povertà: il 52% della popolazione vive di niente, il regime dittatoriale di Samuel Doe ha lasciato in eredità al paese un disastrosa situazione economica con un debito estero stimato di 3,5 miliardi di dollari.
Nonostante i suoi sforzi umanitari Bush non è popolare in Africa. Pesano sulla sua immagine il fallimento in Iraq, l’Afghanistan, le continue invasioni di campo e le violazioni della sovranità in nome della guerra al terrorismo.
Gli Stati Uniti hanno importanti interessi in Africa. Il continente nero ha una posizione strategica per le relazioni con il Medio Oriente e, come è noto, è appetito da tutte le grandi potenze per la ricchezza di materie prime. Ma negli ultimi tempi l’egemonia americana in Africa è stata superata nei fatti dall’aumento dell’influenza della Cina. In cinque anni i leader cinesi hanno visitato cinque volte il continente,in lungo e in largo a caccia di commodities. In cambio di manodopera, infrastrutture, tecnologia, export a basso costo e rapporti preferenziali. La superpotenza asiatica nei fatti è diventata il primo e più importante partner per molti paesi africani. A scapito della perdita di influenza europea e soprattutto americana.
Dove l’Occidente parlava, la World Bank e i suoi programmi mostravano l’incapacità di muovere lo sviluppo, la Cina faceva. Senza soffermarsi troppo sui particolari (corruzione o non corruzione, democrazia o dittatura) o sulle beghe interne. Pechino nei fatti ha scalzato Washington. Anche se nelle dichiarazioni ufficiali dei suoi leader non si parla mai di competizione tra i due Paesi in Africa.
L’Africa (e l’incapacità di Bush di aumentare l’influenza americana) rappresenta un altro dei fallimenti (visibili) della politica estera Usa dopo la debacle in Iraq e Afghanistan. Bush nel suo tour africano ha visitato cinque paesi del Corno d’Africa. Ha inviato Condoleezza Rice, il capo della sua diplomazia, nel Kenya dilaniato da un conflitto inaspettato, nato sulle ceneri di una contestata elezione presidenziale. Kenya che per anni ha giocato un ruolo strategico nelle relazioni con gli Stati Uniti e nella lotta al terrorismo. Bush si è guardato bene dal recarsi a Nairobi. Così come non ha toccato il Sudafrica, potenza economica e guida del continente, non ha toccato la Nigeria, maggior fornitore di petrolio agli americani e per lungo tempo alleato strettissimo, né tantomeno l’Angola, altro grande produttore di greggio che ha stabilito relazioni preferenziali con Pechino. Non è andato in Congo e Uganda, ricchi di materie prime.
Il fatto che Bush non sia stato invitato da nessuno di questi Paesi mette in luce la distanza che separa questi governi dalla politica estera Usa. Il gelo nasce dal tanto contestato piano Africom, ritenuto da diversi leader un vero e proprio modo, sottile, sotterraneo di ristabilire una sorta di potere coloniale in Africa. Piano, non a caso, ridimensionato dalla Casa Bianca alla vigilia del viaggio presidenziale. 
La visita di Bush in definitiva non è servita a limitare la crescita dell’influenza cinese in Africa. Il fallimento del programma Africom pone Washington in un vicolo cieco: non si è riusciti ad aumentare l’influenza con il potere militare. E in assenza di soluzioni diplomatiche o di un colonialismo economico di cui non si ha più la leadership non ci sembra ci siano altre strade. L’orizzonte è limitato. A singoli Paesi. Un fatto difficile da accettare per una superpotenza che non convince più neanche i Paesi in via di sviluppo.

  • video poker |

    Ho provato una grande emozione nel sapere del premio Baldoni, mama conoscere i risultati del tuo lavoro non ha eguali..In bocca al lupo for each tutto, continuerò a seguirti..Antonello, musicista di Penne.

  • Paola Pastacaldi |

    Fantastico articolo, chiaro, ricco di informazione e deciso nel prendere posizione! Ci vuole anche questo sull’Africa, articoli che abbiano una linea, una idea e finalmente dalla parte dell’Africa. Non sempre queste news dei media occidentali che sembrano venire da troppo lontano e segnalano una distanza, oltre che fisica (ma ci siamo stati in Africa e non solo in vacanza?) anche morale!

  • Piervincenzo Canale |

    Ciao Riccardo,
    Ti volevo segnalare questo sito http://www.africanews.it
    a presto
    Piervincenzo

  • Antonello |

    Ho provato una grande emozione nel sapere del premio Baldoni, ma conoscere i risultati del tuo lavoro non ha eguali..
    In bocca al lupo per tutto, continuerò a seguirti..
    Antonello, musicista di Penne.

  • valeria foschini |

    complimenti per questo bellissimo articolo e per il meritatissimo premio.
    una cittadina pennese

  Post Precedente
Post Successivo